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venerdì 10 aprile 2015

Una gravissima deriva in Ucraina: il parlamento golpista approva il divieto della propaganda e dei simboli comunisti. E' il trionfo del revisionismo storico

eda skp-kpssI drammatici avvenimenti di Kiev rendono purtroppo ancora più urgente la necessità di ricominciare a riflettere sull'incessante offensiva revisionistica alla quale sono esposti tutti i paesi europei. Sembra proprio che l'approccio alla Nial Ferguson, del quale mi occupo nella nuova edizione del mio libro, abbia fatto scuola... [DL].

da kprf.ru | Traduzione dal russo di Mauro GemmaLa Rada Suprema dell'Ucraina ha approvato la Legge “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli”Il parlamento golpista ucraino ha ufficialmente vietato oggi, con 254 voti a favore su 307 deputati, la Legge"“Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli”: un voto che ha l'unico scopo di colpire il Partito Comunista d'Ucraina, mentre i gruppi paramilitari filo nazisti sono presenti in parlamento, sono stati inclusi nell'esercito e combattono ufficialmente, con tanto di simbologia del III Reich, nel Donbass.In merito alla gravissima decisione, che ci auguriamo susciti un'ondata di indignazione, non solo dei comunisti, ma anche di tutti i governi e le forze democratiche del nostro continente e del mondo e contro la quale ci aspettiamo una ferma presa di posizione dei rappresentanti italiani presenti nei parlamenti nazionali ed europei, l'Unione dei Partiti Comunisti-PCUS (UPC-PCUS), l'organizzazione transnazionale che riunisce i principali partiti comunisti dell'ex Unione Sovietica, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
Il Consiglio Centrale dell'UPC-PCUS, i partiti che partecipano alla Comunità dei partiti comunisti, condannano con fermezza l'iniziativa dei deputati della Rada Suprema, che hanno votato il divieto della simbologia comunista in Ucraina.

La formulazione stessa della proposta di legge “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli” non è corretta, è offensiva e nasconde il vile intento della Giunta di Kiev di equiparare l'ideologia comunista a quella nazista.

Il furbesco processo politico, sotto forma di proposta di legge, che emerge dal titolo stesso del documento e che mette sullo stesso piano posizioni ideologiche diametralmente opposte, non a caso è stato imbastito alla vigilia del 70° anniversario della Grande Vittoria...

sabato 4 aprile 2015

In contemporanea con l'edizione inglese, esce una nuova edizione accresciuta de "Il revisionismo storico". Il confronto con Niall Ferguson

Il revisionismo storicoDomenico Losurdo: Il revisionismo storico.Problemi e miti, nuova edizione accresciuta, Laterza 2015

Risvolto
Più volte ristampata e tradotta in un numero crescente di paesi, quest’opera è una rilettura originale della storia contemporanea, dove l’analisi critica del revisionismo storico – a cominciare dalle tesi di Nolte sull’Olocausto e di Furet sulla rivoluzione francese – si intreccia con quella di una serie di fondamentali categorie filosofiche e politiche come guerra civile internazionale, rivoluzione, totalitarismo, genocidio, filosofia della storia.
Questa edizione ampliata analizza le prospettive del nuovo secolo. Da un lato il revisionismo storico continua a riabilitare la tradizione coloniale, com’è confermato dall’omaggio che uno storico di successo (Niall Ferguson) rende al tramontato Impero britannico e al suo erede americano, dall’altro vede il ritorno sulla scena internazionale di un paese (la Cina) che si lascia alle spalle il ‘secolo delle umiliazioni’. Sarà in grado l’Occidente di tracciare un bilancio autocritico o la sua pretesa di essere l’incarnazione di valori universali è da interpretare come una nuova ideologia della guerra?
 
 

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War and Revolution: Rethinking the Twentieth Century

Author of the acclaimed Liberalism: A Counter-History dissects the revisionist attempts to expunge or criminalize revolutions
War and Revolution identifies and takes to task a reactionary trend among contemporary historians, one that’s grown increasingly apparent in recent years. It’s a revisionist tendency discernible in the work of authors such as Ernst Nolte, who traces the impetus behind the Holocaust to the excesses of the Russian Revolution; or François Furet, who links the Stalinist purges to an “illness” originating with the French Revolution.

The intention of these revisionists is to eradicate the revolutionary tradition. Their true motives have little to do with the quest for a greater understanding of the past, but lie in the climate of the present day and the ideological needs of the political classes, as is most clearly seen now in the work of the Anglophone imperial revivalists Paul Johnson and Niall Ferguson.

In this vigorous riposte to those who would denigrate the history of emancipatory struggle, Losurdo captivates the reader with a tour de force account of modern revolt, providing a new perspective on the English, American, French and twentieth-century revolutions.
  • “A brilliant exercise in unmasking liberal pretensions, surveying over three centuries with magisterial command of the sources.”
  • “Stimulatingly uncovers the contradictions of an ideology that is much too self-righteously invoked.”
  • “A book of wide reference and real erudition.”
  • “The book is a historically grounded, very accessible critique of liberalism, complementing a growing literature critical of liberalism.”

martedì 31 marzo 2015

Contro il corporativismo ecologista: un gemellaggio con Israele "per tutelare l'ambiente"?



 La presa di posizione, vibrante e precisa, di ISM-Italia chiama tutti a riflettere. A tale proposito mi permetto di rinviare a quanto ho scritto nel mio libro La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, a conclusione del paragrafo 8. 7 [DL]:

«La serietà della lotta per la difesa dell’ambiente si misura anche dall’impegno contro l’imperialismo e la sua politica di guerra. La fuga dai reali conflitti del mondo odierno e l’arroccamento in una sorta di corporativismo ecologico non promettono nulla di buono né su un fronte né sull’altro».
 

Lettera agli attivisti di Legambiente, WWF, Italia Nostra e Greenpeace
Oggetto: Gemellaggi con Israele per tutelare l’ambiente

Da un lancio dell’ANSA del 5 febbraio in allegato, apprendiamo, con profondo sconcerto e indignazione, che i presidenti di Legambiente, Vittorio Gogliati Dezza, del WWF, Fulco Pratesi, di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana e di Greenpeace, Andrea Purgatori, si sono incontrati con l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e con il ministro Gian Luca Galletti, per promuovere “futuri gemellaggi con l’obiettivo di tutelare l’ambiente”. In prospettiva, oltre a uno specifico appuntamento in occasione di Expo 2015, anche “un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura”.
Per chi conosce, anche minimamente, la tragedia della Palestina storica sottoposta nel 1948 a una feroce “pulizia etnica”, della Cisgiordania, sottoposta insieme alla Striscia di Gaza dal 1967 a un regime di Apartheid e, infine, della Striscia trasformata dal 2007 in un grande campo di concentramento a cielo aperto, fatto oggetto periodicamente di violentissime operazioni militari di natura genocidaria (da “Piombo fuso” del dicembre 2008 alla più recente operazione “Margine protettivo” del luglio 2014), le considerazioni esposte nell’articolo citato appaiono macabre.
Suona macabra l’affermazione che in Israele “è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati” perché è facile documentare che lo Stato di Israele ha, dal 1967, sradicato  800.000 ulivi, la principale fonte di sussistenza della popolazione palestinese dei territori occupati. Vedi Uprooted, http://visualizingpalestine.org/visuals/olive-harvest .
Suona macabra l’affermazione che “in Israele ci sono 150 riserve naturali e parchi naturali”, perché è facile documentare che molte di queste riserve e di questi parchi sono stati realizzati per occultare i resti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, oltre 500.
Suona macabro il riferimento alla gestione delle acque e dei fiumi, sapendo del feroce sfruttamento delle fonti idriche a esclusivo vantaggio della popolazione israeliana e delle colonie illegali in Cisgiordania. Con il divieto per i palestinesi anche di scavare pozzi.
Suona macabro ogni riferimento alla “sensibilizzazione nelle scuole verso i temi ambientali”, sapendo che, nella Striscia di Gaza, le scuole, anche quelle gestite dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di bombardamenti mirati.
Vedi OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, Fragmented Lives Humanitarian Overview 2014, March 2015,
Nel ribadire la nostra indignazione per il comportamento dei massimi esponenti delle vostre organizzazioni e restando a vostra disposizione per ogni ulteriore e più dettagliata informazione sui “crimini di guerra” e sui “crimini ambientali” commessi dallo Stato di Israele, vogliamo augurarci che da parte degli attivisti delle associazioni ambientalistiche si manifesti un fermo e netto rifiuto contro ogni forma di gemellaggio e di collaborazione, diretta o indiretta, con lo Stato di Israele.
Alfredo Tradardi
Coordinatore ISM- Italia
Torino 27 marzo 2015

Allegato

Italia e Israele  futuro gemellaggio per Ambiente
Puntano a scambio conoscenze e tecnologie
ANSA > Ambiente&Energia > Istituzioni e UE > Italia e Israele, futuro gemellaggio per Ambiente
05 febbraio, 12:20
Gli alberi più grandi e vecchi sono i veri polmoni della Terra (fonte: Asier Herrero)
Scambio di esperienze e confronto sulle più urgenti problematiche ambientaliste fra Italia e Israele, che puntano a trasferirsi il know how in vari settori per migliorare la tutela dell'ambiente. Così i due Paesi intendono collaborare e lo hanno spiegato in occasione della festività ebraica di 'Tu Bishvat-il Capodanno degli alberi' e in vista di Expo 2015.
In occasione dell'Expo, "sull'ambiente bisogna cogliere l'attenzione di tutti i Paesi del mondo" e per questo ci sarà una giornata dedicata all'approfondimento dei temi ambientali ha detto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, incontrando i rappresentanti del Council for a beautiful Israel, l'ambasciatore dello Stato di Israele, Naor Gilon e i presidenti delle associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente, Wwf e Italia Nostra.
Italia e Israele puntano dunque a creare un gemellaggio con l'obiettivo di tutelare l'ambiente e le risorse del proprio Paese e ad uno scambio di tecnologie e nuove pratiche. In Israele, "piantare alberi è una tradizione", tanto che "ne sono stati piantati 240 milioni", ha spiegato il biologo marino Angelo Colorni, del Centro nazionale di Marecoltura israeliano. Su una superficie di 250mila ettari in Israele - ha ricordato - ci sono 150 riserve naturali e 65 parchi naturali.

Nel rilevare che in Israele "è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati", l'ambasciatore Gilon ha auspicato che in occasione dell'Expo ci sia anche un incontro interreligioso fra cibo e ambiente.

Parlando del proprio campo di ricerca, l'acquacoltura, Colorni ha rilevato il gran lavoro fatto per la "riabilitazione dei fiumi di Israele, troppo scarsi" che grazie a "massicci sforzi del governo sono sati riportati in vita con la presenza di numerosi pesci". Grandi sforzi sono stati compiuti anche per sviluppare tecnologie per l'allevamento di pesci di acqua salata (dalle orate alle spigole) anche a fronte del problema dell'inquinamento delle acque del golfo. Motivo per cui tonnellate di pesci sono state trasferite nel mar Mediterraneo.
Il Council for a beautiful Israel ha contribuito a questo e altri progetti, per esempio nel riciclo dei rifiuti o nella sensibilizzazione contro i mozziconi di sigarette per strada o i residui di cani e gatti (quelli randagi sono 3 milioni), promuovendo il senso civico e quello della bellezza. E fra le iniziative anche la pulizia delle spiagge e la sensibilizzazione nelle scuole verso i problemi ambientali. Il ministro Gian Luca Galletti ha rilevato che "non si può prescindere dall'Ambiente": pur riconoscendo l'importanza della tecnologia bisogna riconoscere e fare i conti la natura, ad esempio i cambiamenti climatici e i fenomeni meteo estremi. Quindi, bisogna pensare all'oggi ma anche a quello che si lascia alle generazioni future. "Occorre trovare un punto di convergenza anche con Paesi distanti e a prescindere dalle differenze religiose o culturali", ha detto il ministro portando ad esempio la sua visita in Cina dove lo smog è come una nebbia perenne: "quello dei cinesi è anche un nostro problema".
Nell'incontro organizzato da 'The italian council for a beatiful Israel' con il Ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, l'Ambasciatore dello Stato di Israele, Naor Gilon, e i rappresentanti delle associazioni Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, Greenpeace Andrea Purgatori, Wwf Fulco Pratesi, Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana, è stato rivolto loro l'invito di un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura. La scelta del Capodanno degli alberi è stata fatta "per testimoniare che gli Ebrei nascono come popolo di pastori per poi diventare anche agricoltori che quindi imparano presto a celebrare le proprie feste sublimando i cicli della natura: la semina, il raccolto, le primizie, gli alberi. Tu Bishvat (detta anche Rosh-ha-shanà Lailanoth: capodanno degli alberi) cade il 15 di Shevat secondo il calendario ebraico che, essendo lunare e quindi più aderente ai cicli della natura, non corrisponde ad una data fissa del calendario gregoriano".

mercoledì 18 marzo 2015

Presentazioni de "La sinistra assente" a Milano e a Città di Castello

Milano Venerdì 20 marzo


 La Cultura alla Casa Rossa
venerdì 20 marzo
via Monte Lungo 2 – Milano [MM1 Turro]
alle ore 19.30 aperitivo popolare
a buffet con sottoscrizione

alle ore 21 presentazione del libro:

Domenico Losurdo: La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014



ne parliamo con l’autore
Domenico Losurdo
Filosofo, storico e saggista dell’Università degli Studi di Urbino

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 Città di Castello martedì 24 marzo

Il compagno Maduro e i baffi di Stalin



Venezuela: Maduro, "Stalin mi somiglia"

Erede Chavez sfoglia compiaciuto saggio di Losurdo a Fiera libro

(ANSA) - CARACAS, 13 MAR - "Stalin mi assomiglia proprio.
    Guarda quei baffi, sono uguali ai miei": è stato lo stesso presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a proporsi nel parallelo col dittatore georgiano dell'Urss mentre inaugurava la Fiera del Libro di Caracas. A uno stand basco, Maduro ha preso una copia tradotta di "Stalin, storia e critica di una leggenda nera" di Domenico Losurdo - un saggio 'revisionista' - per sottolineare la somiglianza e concludere compiaciuto: "Il compagno Stalin, che sconfisse Hitler".

sabato 14 marzo 2015

L'edizione brasiliana di "Autocensura e compromesso nel pensiero politico di Kant"

AUTOCENSURA E COMPROMISSO NO PENSAMENTO POLÍTICO DE KANTDomenico Losurdo

Tradução: Ephrain Ferreira Alves

Editora: Ideias & Letras
Páginas: 256 Edição: 1ª Ano: 2015
ISBN: 978-85-65893-63-3


domenica 8 marzo 2015

"Democratura" in Russia? Una risposta di Domenico di Iasio a Lucio Caracciolo


Democratura  Oligarchia e populismo la “terza via” di Putin
Illiberale, funestato dai delitti politici, privo di equilibrio tra poteri. Eppure il regime russo non è la semplice tirannia di un uomo solo Perché le sue radici affondano nella storia

LUCIO CARACCIOLO Repubblica 7 3 2015


Il regime di Putin e la Democratura
Una risposta a Lucio Caracciolo
Domenico di Iasio (filosofo-Università di Foggia)


In un articolo apparso su “la Repubblica” del 7 marzo 2015, Lucio Caracciolo critica il regime politico della Russia di Putin, ritenuto oligarchico, populista,illiberale, in una parola, potremmo dire, dispotico. Richiama la categoria politica di “democratura”, avanzata dal saggista croato Predrag  Matvejevic, per definire tale regime, recentemente adottato anche dalla Turchia di Erdogan e dall’Ungheria di Viktor Orbán. La “Democratura” è una sintesi  di “democrazia” e “dittatura”, nella quale gli istituti democratici, come il parlamento, compaiono ma senza rilevanza politica perché il centro vero delle decisioni politiche rimane pur sempre il Presidente. Si tratta, dunque, di una sorta di presidenzializzazione del sistema politico, da cui, a guardare bene, nemmeno l’Occidente è immune. Ma, a parte questa considerazione che per ora tralasciamo, il punto di fondo dell’articolo di Caracciolo è la condanna netta del regime presidenziale di Putin. È il caso, a nostro avviso, di richiamare lo Spirito delle leggi (1748) di Montesquieu, il vero padre del liberalismo e del costituzionalismo europeo. Vi si afferma, fra l’altro, che non esistono leggi buone per tutti i popoli e che esse devono rapportarsi «al genere di vita dei popoli, agricoli, cacciatori o pastori … alla religione degli abitanti, alle loro inclinazioni … al loro commercio, ai loro costumi, ai loro modi di vita». Se così è, ogni popolo ha il sistema politico che sceglie. D’altro canto, lo stesso Caracciolo ammette che il 55% del popolo russo «pensa che l’unico governo democratico accettabile è quello che corrisponde alle “specifiche tradizioni nazionali russe”».  E la minoranza, si chiede sempre Caracciolo, quel 13% di russi «che aspirano alla libertà e allo Stato di diritto», che destino avrà ? La domanda è legittima, perché legittimo è interessarsi delle minoranze perseguitate. Nel nostro caso, però, il ragionamento politico da fare, a nostro avviso, è un altro. Ammettiamo, in teoria, che in Russia sia quel 13% a governare. Sarebbe chiaramente una dittatura della minoranza sulla maggioranza del 55%. È, quindi, più giusto che sia la maggioranza a governare sulla minoranza. Certo qui sorge la questione dei diritti della minoranza che, nel caso della Russia e di tutte le “democrature” e dittature, non sono riconosciuti.
Dunque, se è la nazionalità a determinare un sistema politico, l’Occidente, l’Europa in particolare, deve imparare a rispettare tali nazionalità, ovvero i tratti essenziali di un popolo. Dopo la scoperta colombiana del Nuovo Mondo, un tale riconoscimento della diversità nazionale da parte dell’Europa colonizzatrice non è mai esistito. Colombo e i suoi epigoni pretendevano che gli Indios si convertissero al Cristianesimo e all’occidentalismo, pena la distruzione totale. E di distruzione totale si è trattato! I non convertiti, infatti, erano in genere passati per la spada ed eliminati nei modi più barbari  immaginabili. Si arrivò al punto che alcuni coloni europei irrorassero i loro campi con il sangue degli Indios sgozzati! Il misconoscimento della diversità porta a questi eccessi di disumanità e a legittimare le forme di sterminio più crudeli. Ora, si può dire, tutto ciò appartiene al passato. Ma, la storia purtroppo non passa, perché in essa viviamo permanentemente e non possiamo in alcun modo fuoriuscirne. Anche oggi la diversità è rinnegata e si pretende di assimilarla al proprio modo di vivere e di pensare. Purtroppo ancora oggi dobbiamo dar ragione a Montaigne che più di 400 anni fa affermava che «ognuno chiama barbarie ciò che non è nei propri costumi (chacun appelle barbarie ce qui n’est pas de son usage)». Non viene mai in mente a nessuno di considerare relativi i valori della propria cultura. Sicché all’occidentale sembra che i valori della propria cultura siano universalizzabili e pertanto esportabili, come all’islamista, che ritiene possibile l’islamizzazione del mondo, sradicare cioè i valori occidentali della democrazia e delle relazioni interumane, fra cui quelle fra uomo e donna. Oggi a me pare che si stia cristallizzando una fase di misconoscimento reciproco tra i popoli e che, per questa ragione, l’orizzonte della coesistenza stia pericolosamente dileguando. Non viene in mente proprio a nessuno che i regimi politici debbano essere legittimati dai popoli di cui sono l’espressione più diretta e non da istanze politiche esterne ad essi. Perché, se ciò venisse in mente più spesso a governanti e intellettuali, il regime di Putin, ad esempio, sarebbe giustificato, anche se a noi europei può sembrare piuttosto tirannico. E sarebbe apparso legittimo anche il regime dittatoriale della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein. L’Occidente, invece, delegittimando tali regimi, è intervenuto con le armi e spazzato via questi  leaders, che comunque riuscivano a garantire una governance adeguata alla cultura dei loro popoli, da questi voluta. Risultato: in questi paesi, ormai è più che visibile, regna l’anarchia più profonda e lo scontro armato tra fazioni ribelli in lotta per il potere centrale. Ovvero, l’intervento armato occidentale non ha prodotto la democrazia o altri valori della cultura occidentale, bensì solo conflitti interni, disordine, confusione e rischi gravi per l’Occidente stesso, dal terrorismo alle continue immigrazioni.
È tempo, a mio avviso, almeno per gli intellettuali occidentali, di liberarsi dagli stereotipi ormai consolidati e giudicare la diversità per quella che è, non già in rapporto alla cultura occidentale, che viene comunque e sempre ipostatizzata. Se a noi europei stanno bene il liberalismo e il costituzionalismo, così come ci sono stati tramandati da Montesquieu e da altri intellettuali dell’Illuminismo, agli altri popoli può darsi che non vadano bene questi valori. Allora, lasciamo liberi i popoli di scegliere le proprie costituzioni, riconosciamo le diversità nazionali, per immetterci così definitivamente sulla strada del riconoscimento, del reciproco rispetto e della pace.
Un’ultima riflessione sulla categoria di “democratura”. Come al solito l’Occidente tende ad espungere dal proprio seno le cancrene che originariamente gli appartengono. In questo caso, la cancrena è per l’appunto la “democratura”. Ma, quale la sua vera origine? Ce lo dice John Feffer, direttore del think tank di Washington Foreign Policy in Focus, in un’intervista rilasciata a Antonello Guerrera : «Se non si fa nulla –dichiara Feffer- per ridistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la democratura non sarà più un apparato transitorio, ma diventerà un’alternativa stabile e credibile. E attecchirà anche in Usa, Giappone o Italia. C’è il rischio di diventare tutti piccole democrature» (in «la Repubblica» del 7 marzo 2015, p. 63). Se così è, la questione centrale è allora l’economia globalizzata, la cancrena vera che tale economia porta con sé: la disuguaglianza economica. Ovviamente qui non stiamo parlando di disuguaglianze normali, quali  erano descritte, ad esempio, da Rousseau nel Settecento. L’economia globalizzata ha creato disuguaglianze così profonde all’interno delle nazioni e nel rapporto tra di esse, da far assurgere la povertà a tema centrale del nostro tempo storico. Si conta più di un miliardo di persone in condizioni di povertà estrema, cioè in fin di vita e si calcola che nelle nazioni occidentali la classe media tende a dileguare per il suo crescente impoverimento. È chiaro che in condizioni simili i popoli tendono ad optare per politiche di maggiore sicurezza sociale e Welfare più forte in cambio di libertà e diritti soggettivi. Sta succedendo in Ungheria, in Turchia e via dicendo. E nel cuore dell’Europa il sistema politico è in fase di crescente presidenzializzazione. In qualche modo ritorna di moda Hobbes, il cui Leviatano garantiva la vita biologica in cambio della cessione di libertà individuali. Oggi, cioè, tende di nuovo a dileguare il concetto di cittadino e a ricomparire il concetto di suddito, in cerca più di sicurezza che di diritti.
Un tale processo potrebbe essere ostacolato dalle élites politiche che, però, nutrite più da funzionari che da politici veri, non hanno proprio la capacità di comprendere i processi storici in atto, affrontati più con intelligenza tattica che strategica. I rischi reali che la democrazia occidentale corre slittando sempre di più verso le sponde della “democratura” non vengono percepiti, perché la radice di quest’ultima non è stata ancora colta. Ovvero: la povertà. Un esempio? Il Presidente del consiglio italiano ha scelto come consulente economico, anche se a costo zero, un ex-manager della Luxottica, che ha incassato come bonus di buonuscita un assegno di 40 milioni di euro e passa. Ora è chiaro che qui non facciamo i conti in tasca. È il ragionamento politico che ci interessa. Se un governo si affida alla politica economica di un top manager, per quanto bravo, preparato e dinamico che possa essere, si affida pur sempre ad un rappresentante di una politica economica che tende alla massima divaricazione della forbice salariale e stipendiale. Non si può pensare, infatti, che un semplice operaio riceva come bonus di buonuscita una cifra di 40 milioni di euro! Si riproduce, in tal caso, un meccanismo che ha prodotto più che ricchezza, accumulo di ricchezza da un lato e maggiore povertà dall’altro. Un meccanismo che tende, non già a ridurre le disuguaglianze, ma a riproporle e ad approfondirle illimitatamente. Un meccanismo che, in definitiva, produce sulla sponda sociale povertà e disoccupazione, su quella economica recessione e su quella politica  “democratura”. Come uscirne? È il problema odierno, ovviamente di difficile soluzione, che però si trova sulla strada della solidarietà, della giustizia sociale e di politiche di Welfare sempre più poderose. Al di là e al di fuori delle ricette nefaste del neoliberismo.