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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

venerdì 9 settembre 2016

La recensione di Stefano Petrucciani a "Un mondo senza guerre"

Una pace con mire espansionistiche Saggi. «Un mondo senza guerre» di Domenico Losurdp, pubblicato da Carocci. Quando un ideale diventa un incubo e si rovescia nel suo contrario
Stefano Petrucciani Manifesto 9.9.2016, 0:04
Una delle cifre più caratteristiche del lavoro intellettuale di Domenico Losurdo sta senza dubbio nella sua capacità di decostruire storicamente e criticamente le ideologie egemoniche. A cominciare dall’ideologia liberale, che Losurdo ha bersagliato in molti libri importanti, tra i quali spicca per incisività la Controstoria del liberalismo (Laterza, 2005), un testo che si può leggere come un efficace controcanto rispetto a quegli scrittori politici che si sono unilateralmente concentrati sulle nefandezze dei comunismi o dello stalinismo.
In questo suo ultimo libro (Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, pp. 384, euro 30) l’ideologia che Losurdo analizza, con la ricchezza di sapere storico che lo contraddistingue, è quella della «pace perpetua». In altre parole il sogno, o il progetto politico, di un ordine internazionale capace di porre fine una volta per tutte ai conflitti interstatali e di assicurare una convivenza pacifica e ordinata. Questo sogno di pace, ci spiega Domenico Losurdo, è stato particolarmente sentito in alcuni grandi momenti di svolta storica; per esempio sulla scia della Rivoluzione francese e dei suoi ideali universalistici; oppure dopo la prima guerra mondiale, quando si sviluppò il progetto della Società delle Nazioni; o ancora dopo il 1989, con il crollo della divisione Est-Ovest e la fine della guerra fredda.

Una rete ingarbugliata
Ma il nerbo dell’argomentazione di Losurdo sta nel mostrare che spesso questo sogno si trasforma in un incubo: la pretesa di porre fine ai conflitti interstatali e di costruire un mondo di pace e libertà può infatti scivolare facilmente nell’imposizione di un ordine imperiale, come accadde nel passaggio dagli ideali rivoluzionari del 1789 all’impero napoleonico. Anziché un ordinamento di pace, è facile che si produca una nuova e più subdola forma di dominazione.
Come è caratteristico dell’approccio di Losurdo, la storia politica e le vicende delle filosofie e delle ideologie vengono lette nel loro fitto intreccio. Da questo punto di vista una delle parti più ricche del volume è proprio la prima, consacrata all’impatto della Rivoluzione francese e poi di Napoleone sul pensiero dell’idealismo tedesco, e soprattutto di Kant e di Fichte.
Il primo grande pensiero pacifista da cui Losurdo prende le mosse è appunto quello di Kant; il progetto kantiano del 1795 per una Pace perpetua svolge un ruolo decisivo non solo per l’impatto che obiettivamente ha avuto su tutta la discussione successiva, ma soprattutto perché in Kant si trova la nitida formulazione di una delle tesi principali che il libro di Losurdo vuole sottoporre ad esame critico: in termini contemporanei, la si può definire la teoria della pace democratica, cioè l’idea che i conflitti interstatali potranno essere superati solo quando la costituzione di tutti gli Stati sarà divenuta, per usare il lessico kantiano, «repubblicana». Gli Stati autoritari o assoluti, secondo i sostenitori di questo punto di vista, sono per natura bellicisti, mentre quelli liberali o democratici sarebbero spontaneamente inclini alla pace.

Muoversi fra opposti
È una tesi che si ritrova, ancora oggi, nella riflessione di John Rawls: le democrazie sono per nature pacifiche come dimostra il fatto che di regola non muovono guerra le une contro le altre.
Già nel grande Kant, però, come rileva Losurdo, questa tesi genera una contraddizione: il paese più avanzato dal punto di vista della costituzione rappresentativa, l’Inghilterra, è anche protagonista di numerose guerre dichiarate senza il consenso del popolo. Ma Kant schiva la contraddizione affermando che la monarchia inglese, nonostante le apparenze liberali, dev’essere considerata piuttosto una monarchia assoluta, il che confermerebbe il legame intrinseco tra guerra e dispotismo. Hegel invece sostiene esattamente il contrario, quando fa notare che le guerre inglesi sono state volute dall’intera nazione e dai suoi rappresentanti e che dunque non sussiste un legame indissolubile tra attitudine pacifica e governo rappresentativo.
Ma la più clamorosa smentita del nesso tra regimi liberali e pace è data, come Losurdo sottolinea ampiamente, dalle guerre coloniali. Qui la liberale Inghilterra non è seconda a nessuno, per non parlare dei democratici Stati Uniti; dove all’inizio del Novecento, ricorda lo studioso, governa un Presidente fortemente espansionista come Theodore Roosevelt, che rivendica un «potere di polizia internazionale» su tutto il continente americano.

In nome di valori universali
Per avvicinarsi infine ai giorni nostri, Losurdo ci rammenta la efficace critica della tesi che le democrazie non fanno la guerra sviluppata dal leader comunista Togliatti nel 1949, in occasione della discussione parlamentare sul Patto Atlantico. Dopo l’89 però, sostiene Losurdo, si è toccato il fondo. Nel senso che si è realizzato in pieno il paradosso per cui la proclamazione dei valori universali e della giustizia internazionale, l’esportazione della democrazia e la «responsibility to protect» si sono trasformate nell’innesco di una serie di guerre catastrofiche dalle quali è scaturita la situazione caotica e minacciosa che caratterizza la geopolitica del presente.
La conclusione cui Losurdo giunge è molto netta, ma è difficile dargli torto: «la pretesa di un paese o gruppo di paesi di essere gli interpreti privilegiati o esclusivi di valori universali che essi sarebbero autorizzati a proteggere anche mediante il ricorso unilaterale e sovrano alla forza delle armi serve solo a sancire la legge del più forte in campo internazionale, eternando la guerra e rendendo ancora più difficile o disperata la causa della pace».

giovedì 4 agosto 2016

Giuseppe Bedeschi recensisce "Un mondo senza guerre" sul Domenicale

Pace, storia di un’utopia Giuseppe Bedeschi Domenicale  24 luglio 2016
Un mondo non più afflitto dal flagello delle guerre: è questo un sogno che si è presentato più volte nella nostra storia. In esso hanno creduto grandi intellettuali (Kant, Fichte, Constant, Comte, Spencer, Marx, Popper eccetera) e importanti uomini di Stato (Washington, Robespierre, Wilson, Lenin, eccetera). Nell’indagare la storia affascinante dell’ideale della pace perpetua, Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, distingue cinque momenti fondamentali.
Il primo momento si apre nel 1789 con le promesse della Rivoluzione francese...
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sabato 16 luglio 2016

Domenico Losurdo intervistato da China Central Television sulla questione del Mare Cinese Meridionale

The Permanent Court of Arbitration (PCA) in The Hague has no right of arbitration over territory disputes and its involvement in the South China Sea dispute may cause global tension, said an Italian expert in an exclusive interview with China Central Television (CCTV) on Friday.

Domenico Losurdo, emeritus professor of University of Urbino, said China always insists on bilateral negotiations when solving problems and have made great advancements in resolving border disputes.

"I've done some research in regards to this and have written it in my books. China has some territory disputes with its neighboring countries. But China resolved all the disputes through bilateral negotiations. China has made great progress to solve these territory disputes," said Losurdo...


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South China Sea arbitration likely to stir more regional tensions: Italian expert
Global Times 2016-7-8 23:21:19
The forthcoming arbitration on the South China Sea dispute by the Permanent Court of Arbitration in The Hague is likely to stir more tensions in the region, said an Italian expert.
"I reckon the judgement of the court will not help the dialogue between the two parties involved, China and the Philippines, but rather worsen the crisis," Domenico Losurdo, a famous Italian historical philosopher and professor at the University of Urbino, told Xinhua in a recent interview.

"Bilateral negotiations would be instead the most effective path to solve the dispute," he added.

The two countries had already reached an agreement on settling their South China Sea disputes through bilateral negotiations in the mid-1990s, and again in the early 2000...

venerdì 8 luglio 2016

Un mondo senza guerre: alcune interviste e una replica

Domenico Losurdo – Un mondo senza guerre [VIDEO LI
Da filosofia in movimento, a cura di Paolo Ercolani
https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=6pz0WtclIw4
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Una replica ad Antonio Carioti
Estratto da: Pace. Una storia tormentata tra idee e realt
Intervista di emiliano Alessandroni, su marx21.it

... Su «La Lettura» del «Corriere della Sera» (03/07/2016), Antonio Carioti sembra implicitamente riabilitare una logica argomentativa cara ad Ernst Nolte, sia pure aggiornata ai giorni nostri: l'Occidente e gli Stati Uniti hanno commesso crimini atroci, ma si tratta di congiunture, effetti collaterali sopportabili pur di scongiurare quella che costituisce la più grande minaccia per la pace: il superamento del sistema capitalistico. Questo, qualora si verificasse, trasformerebbe invero il pianeta in un cumulo di "formicai" o di "cimiteri". Sì che le guerre di Wilson o Bush jr sarebbero ben poca cosa in confronto alla spietatezza di Lenin o Mao, campioni, assieme al socialismo, non già dell’ideale di pace, ma dell'intolleranza e della violenza di classe. Che cosa risponderesti a queste accuse? Il sistema capitalistico resta pur sempre, come il Corriere vuole indurre a pensare, il più pacifista, il meno violento, dei sistemi realmente possibili?

Nel tracciare il bilancio degli ultimi due secoli di storia, l’ideologia dominante, assunta da Carioti come un dogma indiscutibile, fa astrazione dalle colonie. Se invece superiamo questa astrazione arbitraria e falsificante, ecco che il quadro cambia in modo radicale. A metà dell’Ottocento, a proposito dell’Irlanda, colonia della Gran Bretagna, Beaumont, il compagno di Tocqueville nel corso del viaggio in America, parla di «un'oppressione religiosa che supera ogni immaginazione»; le angherie, le umiliazioni, le sofferenze imposte dal «tiranno» inglese a questo «popolo schiavo» dimostrano che «nelle istituzioni umane è presente un grado d'egoismo e di follia, di cui è impossibile definire il confine». In quello stesso periodo di tempo, Herbert Spencer, filosofo liberale e neoliberista, descrive in che modo procede l’espansionismo coloniale (portato avanti in primo luogo da paesi di consolidata tradizione liberale): all'espropriazione degli sconfitti fa seguito il loro «sterminio»: a farne le spese non sono solo gli «indiani del nord-America» e i «nativi dell'Australia». Il ricorso a pratiche genocide in ogni angolo dell’Impero coloniale britannico: in India «è stata inflitta la morte a interi reggimenti», colpevoli di «aver osato disobbedire ai comandi tirannici dei loro oppressori». Circa cinquant’anni dopo, Spencer si sente costretto a rincarare la dose: «siamo entrati in un'epoca di cannibalismo sociale in cui le nazioni più forti stanno divorando le più deboli»; occorre riconoscere che «i bianchi selvaggi dell'Europa stanno di gran lunga superando i selvaggi di colore dappertutto». L’espansionismo coloniale stimola una competizione sfociata nella carneficina della prima guerra mondiale: per dirla con lo storico statunitense Fritz Stern, è «la prima calamità del ventesimo secolo, la calamità dalla quale scaturiscono tutte le altre». Sì, Hitler si propone di imitare Gran Bretagna e Stati Uniti: mira a stabilire le «Indie tedesche» in Europa orientale oppure a promuovere qui un’espansione coloniale simile a quella a suo tempo verificatasi nel Far West della repubblica nord-americana. In modo analogo si atteggia l’Impero del Sol Levante: perché dovrebbe essere disconosciuto al Giappone il diritto all’espansionismo coloniale e imperiale di cui fa larghissimo uso la Gran Bretagna? Solo l’accecamento ideologico e manicheo può negare il merito storico acquisito dal movimento comunista nel mettere in discussione il sistema colonialista mondiale.

Disgraziatamente, la lotta tra colonialismo e neocolonialismo da un lato e anticolonialismo dall’altro è ben lungi dall’essersi conclusa. Ai giorni nostri, in particolare in Medio Oriente, le guerre scatenate da Washington e da Bruxelles, e il cui carattere neocoloniale è non poche volte riconosciuto e sottolineato dalla stessa stampa occidentale, stanno provocando un disastro dopo l’altro. Invece di prendere atto di questa realtà, Carioti grida allo scandalo per il fatto che il sottoscritto si esprime con «benevolenza» anche a proposito della «Siria sotto il regime della famiglia Assad, descritta come un’”oasi di pace di pace e libertà religiosa”». Il giornalismo brillante non ha tempo e voglia per la precisione filologica. Diversamente Carioti si sarebbe accorto che a suscitare la sua indignazione è un articolo dell’«International Herald Tribune» del 30-31 luglio 2011, p. 4 (Tim Arango, Despite upheaval, Syria beckons to Iraqis). Conviene riportarne alcuni passaggi.

«In Irak, la Siria rappresenta ancora qualcosa di simile a un’oasi. Gli irakeni cominciarono a rifugiarsi di là per sfuggire la guerra diretta dagli USA e il susseguente bagno di sangue della violenza settaria. Nel corso della guerra, la Siria ha accolto circa 300 mila rifugiati irakeni, più di qualsiasi altro paese nella regione (a quello che riferisce l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati). In questi giorni, anche se la Siria deve fronteggiare i suoi disordini, sono pochi gli irakeni che ritornano in patria. In effetti, sono molto più numerosi gli irakeni che partono per la Siria di quelli che ritornano in patria».

Oggi, la situazione è cambiata in modo radicale. Ma chi è il responsabile della catastrofe che è sotto gli occhi tutti? Una cosa è certa. Come documenta il mio libro, già nel 2003 i neoconservatori USA progettavano in modo esplicito e pubblico il cambiamento di regime a Damasco. D’altro canto, anche Sergio Romano ha osservato: già da un pezzo la Siria era stata inserita dai neoconservatori nel novero dei paesi «considerati un ostacolo alla “normalizzazione”» del Medio Oriente; «nell’ottica dei neoconservatori, se gli Stati Uniti fossero riusciti a provocare un cambio di regime a Baghdad, Damasco e Teheran, la regione, soggetta ormai all’egemonia congiunta degli Stati Uniti e di Israele, sarebbe stata finalmente “pacificata”». Sennonché, i custodi dell’ortodossia atlantica gridano allo scandalo anche per tesi che si possono leggere tranquillamente sull’«International Herald Tribune» o che sono espresse da autorevoli editorialisti del «Corriere della Sera» (il quotidiano al quale collabora anche Carioti)...

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http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/27042-pace-una-storia-lunga-e-tormentata-tra-idee-e-realta

giovedì 30 giugno 2016

Domenico Losurdo all'Atelier de théorie critique il 12 luglio a Parigi


ATELIER DE THÉORIE CRITIQUESorbonne (room F 673) / 1 rue Victor Cousin / Paris
Villanova University / Université Paris Descartes
Founding Director: Gabriel Rockhill

JULY 12 / 11-12:30 p.m.!
Rencontre II: !Domenico Losurdo*