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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

domenica 7 febbraio 2016

Un articolo sulla Cina e il "Pivot to Asia" statunitense

 

La Cina rappresenta davvero una minaccia a livello geopolitico per gli Stati Uniti e i Paesi ad essa confinanti nella regione del Pacifico? Vi presentiamo un estratto del Prof. Domenico Losurdo che analizza alcune questioni relative alla cosiddetta “minaccia cinese”
 
Gli USA, il pivot anticinese e i pericoli di guerra
Domenico Losurdo Il caffè geopolitico 5 febbraio 2016

IL PIVOT ASIATICO – Il “pivot” viene spesso presentato in Occidente come una risposta alla “minaccia“ proveniente da Pechino. Non c’è dubbio che con l’ascesa o, più esattamente, col ritorno della Cina, dopo la fine del “secolo delle umiliazioni“, e con l’avanzare del processo di maturazione della Repubblica popolare, il quadro internazionale sta cambiando in modo radicale. Nel marzo 1949 il generale statunitense MacArthur poteva constatare compiaciuto: «Ora il Pacifico è diventato un lago Anglo-Sassone» (in Kissinger 2011, p. 125). Dati i rapporti di forza esistenti, gli USA potevano sperare di bloccare con il loro intervento l’ascesa al potere del partito comunista e di Mao Zedong; la speranza andava rapidamente delusa e a Washington, tra polemiche furibonde, si scatenava la caccia al responsabile della “perdita” del grande Paese asiatico...

sabato 30 gennaio 2016

Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion. A sostegno della campagna palestinese per il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane



Drone di supporto logistico, sviluppato per la catena di approvvigionamento militare. Foto: Technion Faculty of Aerospace Engineering


L’APPELLO

Noi, docenti e ricercatori/trici delle Università italiane siamo profondamente turbati dalla collaborazione tra l’Istituto israeliano di tecnologia “Technion” e alcune università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”, l’Università Torino.

Le università israeliane collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo un indiscutibile sostegno all’occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina...

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lunedì 25 gennaio 2016

Una recensione a "La lotta di classe" su DIalettica e Filosofia

Ringrazio la prof.ssa Fabrizio, autrice della recensione, e la prof.ssa Fabiani [DL].

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe
A proposito del libro di Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosoficaElena Maria Fabrizio

"Non è stato l’Occidente a essere colpito dal mondo; è stato il mondo che è rimasto colpito - e duramente colpito - dall’Occidente" A. Toynbee, Il mondo e l’Occidente

L’assenza cronica di visioni globali della storia è il più grave colpo inflitto dall’umore
postmoderno alla contemporaneità. Di questa assenza soffre anche certa cultura marxista, spesso
retrocessa a visioni che hanno rimosso dall’orizzonte storico la portata universalistica del conflitto
di classe, qualche volta ridotto a semplice stagione del più ampio processo moderno di
emancipazione, qualche altra a progetto fallimentare di cui solo la tradizione liberal-riformista
avrebbe saputo tesaurizzare gli aspetti propulsivi.
In questa situazione culturale e politica analizzare i processi storici attraverso la categoria
della lotta di classe è un’operazione coraggiosa perché tocca questioni ideologiche e etico-politiche
che dal crollo del comunismo sovietico è politicamente scorretto, se non scandaloso, evocare. La
critica dell’ideologia però resiste, in uno studioso che ne è tra i più illustri e forse ortodossi
rappresentanti e di cui ci sono noti i meticolosi controcanti all’edificante apologia di quella storia
che l’Occidente proclama come progressiva e propria. Con questo libro, Losurdo riprende il filo di
una ben nota narrazione che si vuole far passare per fallita o passé, ma che forse non si conosce
ancora abbastanza. Ne scandaglia l’interna complessità e senza riduzionismi di sorta ci restituisce
una visione globale della storia nella quale la lotta di classe riceve il...

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sabato 16 gennaio 2016

L'anti-imperialismo oggi: Domenico Losurdo all'iniziativa di Berlino contro la guerra e la Nato

Am 9. Januar 2016 ging es in Berlin im Willi-Münzenberg-Saal des ND-Gebäudes im Rahmen einer Veranstaltung der Europäischen Linken um das Thema "Anti-Imperialismus heute". Teilnehmer des Podiumsgesprächs waren Rainer Rupp, Dov Khenin, Maite Mola, Giorgos Katrougalos, Domenico Losurdo, Gregor Schirmer und Moderator Diether Dehm. Teil 1 der Video-Dokumentation bringt die Redebeiträge von Domenico Losurdo, italienischer Publizist und Professor für Philosophie an der Universität Urbino.

Einige Zitate aus seinen Redebeiträgen; „Die Barbarei des 'Islamischen Staats' ist die Barbarei des westlichen Kolonialismus und Imperialismus.“ „Angeführt von den USA versucht der westliche Imperialismus, die anti-koloniale Weltrevolution des 20. Jahrhunderts in Frage zu stellen.“ „Putin hat der Kolonialisierung Russlands ein Ende gesetzt... So kann man den Hass des Westens auf Putin verstehen.“ „Ich glaube, dass wir den Kampf gegen den Krieg auch als Kampf gegen die NATO, die amerikanischen NATO-Basen in Italien, Deutschland und in anderen Ländern führen müssen.“

lunedì 11 gennaio 2016

Tradotto anche in Grecia "La lotta di classe"






Domenico Losurdo per "Ricostruire il partito comunista" a Milano: un video






"Ricostruire il partito comunista " - Milano , Palazzo delle stelline, 28 novembre 2015


La presentazione di "La Izquierda ausente" a Madrid: un video

«Hay que distinguir entre la Izquierda que ya ha asumido las opiniones neoliberales y la Izquierda que está comprometida con la defensa de los derechos sociales y económicos»

18 diciembre, 2015  http://zasmadrid.es

Según Domenico Losurdo, en su libro La Izquierda ausente. Crisis, sociedad del espectáculo, guerra, es necesaria una nueva Izquierda, ya que la tradicional no ha sabido evitar el vaciamiento de la democracia, la polarización social y los conflictos armados que la Derecha y el capital imponen



El desmantelamiento de la democracia, la brecha cada vez mayor entre ricos y pobres, el aumento de los conflictos y las guerras… Ante este estado de cosas, Domenico Losurdo en La Izquierda ausente se pregunta por qué los partidos tradicionalmente ubicados en la Izquierda (partidos socialistas, sobre todo) han sido totalmente incapaces de oponerse a esta espantosa deriva. Esta es la cuestión que se plantea en este interesante y documentado ensayo en donde realiza una exhaustiva reflexión sobre el panorama político y social actual. Domenico Losurdo es uno de los filósofos actuales más influyentes.

Losurdo parte en este ensayo de la nueva configuración que se ha creado a partir de la crisis de 2007...
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domenica 22 novembre 2015

Un seminario a Bologna, martedì 24 novembre: "Crisi, società dello spettacolo, guerra"

Il seminario è organizzato dal liceo Fermi e si svolgerà presso il Circolo Arci Benassi.

lunedì 2 novembre 2015

I problemi della sinistra oggi: un'intervista a #politicanuova



Domenico Losurdo: “Il movimento socialista è nato dall'incontro fra teoria scientifica e lotta di classe: da qui dobbiamo partire!”

#politicanuova intervista Domenico Losurdo, Professore emerito di Storia della Filosofia all'Università di Urbino, tra i maggiori intellettuali contemporanei, che recentemente ha pubblicato  “La sinistra assente” (Carocci, 2014), un'analisi a proposito dell'assenza, in Occidente, di una forza d'opposizione in grado di incidere nella realtà e d'offrire la prospettiva della trasformazione sociale.

A cura di Aris Della Fontana

1. Lei afferma che «la sinistra dilegua proprio nel momento in cui è chiamata a reagire ai processi in atto». Come si spiega questa contraddizione?

Quando parlo del dileguare della sinistra, mi riferisco all'Occidente. La sinistra dilegua, per esempio, dinanzi all'aggravarsi della situazione internazionale. Oggi stiamo assistendo a una serie di guerre neo-coloniali, particolarmente nel Medio Oriente: è un dato di fatto che viene riconosciuto persino da commentatori borghesi, ma che la sinistra occidentale, invece, tace. E oggi i pericoli di guerra si stanno aggravando: ne “La sinistra assente” cito un illustre analista quale Sergio Romano, secondo cui gli Stati Uniti hanno come obiettivo l'acquisizione di una sorta di monopolio sostanziale dell'arma nucleare; e ciò, all'occorrenza, anche al fine di poter scatenare un primo colpo nucleare impunito. Ci troviamo, dunque, dinanzi a una prospettiva decisamente allarmante. Ma la sinistra occidentale latita. Nel libro spiego le ragioni storiche di questa latitanza, ma fermarsi a ciò non basta. Di fronte all'aggravarsi dei conflitti sul piano internazionale, delle tendenze neo-colonialiste e della minaccia imperialista, s'impone la necessità d'una chiara risposta da parte della sinistra – anche sul piano ideologico - e con ciò una sua riorganizzazione. Ma purtroppo siamo ancora disgraziatamente lontani da tale momento.


2. Di fronte alla «crisi economica e politica» e ad un «deteriorarsi della situazione internazionale» che desta importante preoccupazione in particolare per i venti di guerra che spirano sempre più forti, si pone, per la sinistra, la questione delle tempistiche, e cioè della necessità di agire in rapporto a margini non eternamente posponibili? Se la sinistra non si attiva ora, in seguito sarà troppo tardi?

Per quanto concerne lo stato della situazione internazionale, ribadisco quanto sostenuto poco sopra. La sinistra è indubbiamente in ritardo. Questo di per sé non è un fatto nuovo. Prendere coscienza di una situazione oggettiva è un processo faticoso e quindi un certo ritardo è quasi la regola. Però oggi ci troviamo dinanzi a qualcosa di assolutamente inedito. In seguito al trionfo occidentale nella Guerra Fredda ha avuto luogo una demolizione sistematica della complessiva storia del movimento comunista. Ciò ha prodotto effetti devastanti sul fronte dell'incisività politica ed egemonica. Occorre dunque prima di tutto colmare tale ritardo. E, pur essendo un obbligo morale, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un'impresa estremamente complessa. Occorre sentirne l'urgenza, ma senza scoraggiarci per i ritardi, i quali in qualche modo sono inevitabili.


3. Attraverso il «monopolio delle idee e soprattutto delle emozioni» le classi dominanti hanno eseguito un “salto di qualità” nell'ambito del controllo del potere, e cioè dell'egemonia e della lotta di classe? Il concentrarsi, da parte delle prime, sulla suggestione spettacolare denota una lacunosità in fatto di argomenti sostanziali? E, se ciò fosse tale, esistono i margini, da parte della sinistra, per incidere proprio attraverso un solido apparato analitico? Quest'ultima operazione, ancorché valente, non rischierebbe di essere silenziata dai fini meccanismi della «società dello spettacolo»? In tal senso, come va impostata, a sinistra, la questione comunicativa?

La situazione odierna è più difficile che ai tempi di Marx. Egli constatò come la classe che detiene il monopolio della produzione materiale ha anche il monopolio della produzione intellettuale. Ma oggi c'è una novità: la borghesia detiene, oltre a quello delle idee, anche e soprattutto il monopolio delle emozioni; ed è grazie a quest'ultimo che che si scatenano le guerre e i colpi di stato dell'imperialismo.
E, per rispondere al quesito, mi pare esemplare proprio il caso del ricorso a quello che definisco il «terrorismo dell'indignazione»[1], ossia il fatto di suscitare scientemente una vera e propria ondata di indignazione in grado di giustificare la guerra: ciò denota anche una mancanza di argomenti razionali da parte delle classi dominanti. Questa particolare forma di terrorismo, come detto, ha avuto una funzione decisiva nello scatenamento delle ultime guerre. Però non è adeguato assolutizzarne gli effetti. Se per esempio confrontiamo la reazione che a sinistra si è verificata, poco tempo fa, per i fatti di Ucraina con quella avutasi, in un passato un po' meno recente, in occasione della guerra contro la Libia o di quella contro la Jugoslavia, si può osservare come il terrorismo dell'indignazione incontri qualche difficoltà in più.
A sinistra, infatti, c'è qualcuno che comincia a comprendere il funzionamento e le finalità di questo terrorismo dell'indignazione. E personalmente credo, con la mia ricerca, di poter contribuire all'allargarsi di questa importante presa di coscienza. Ovviamente è inutile farsi illusioni: non esiste un'arma magica che neutralizzi una volta per sempre il monopolio della diffusione delle emozioni e con ciò il terrorismo dell'indignazione. La priorità, in tal senso, è contrapporre ad esso un solido sistema di argomentazioni alternative, in grado di essere ampiamente condiviso. E, per conseguire tale finalità, il partito di tipo leninista rappresenta uno strumento essenziale.

4. Se c'è una «sinistra imperiale» che si cala nella realtà con argomenti e progetti pressoché indistinguibili dagli altri partiti borghesi, ce n'è anche un'altra che «non si appiattisce sull'esistente, rispetto al quale anzi vuole costruire un'alternativa radicale». Quest'ultima, però, è in grado di prendere le mosse «dai movimenti e dalle 'lotte reali'», e quindi di porre i presupposti per incidere politicamente? Esiste, in tal senso, il pericolo della «fuga nella teoresi» (Burgio), e cioè dell'elusione delle responsabilità politiche e organizzative conseguente all'oggettiva difficoltà di muoversi tra i corpi reali?

Credo sia sufficiente sottolineare un fatto storico di centrale importanza: il movimento che si è richiamato al socialismo è nato dall'incontro fra, da una parte, la teoria rivoluzionaria e scientifica e, dall'altra, il movimento concreto e cioè le lotte di classe reali. Ed è attorno a tale specifico incontro che oggi, ancora, dobbiamo puntare. Da questo punto di vista, concretamente, si tratta di non abbandonarsi né al teoreticismo astratto né all'empirismo. Questa, invero, è la fondazione e la storia del leninismo.

5. Ne La sinistra assente viene usata l'espressione «romanticismo rivoluzionario»; di esso si afferma il ruolo fortemente negativo allorquando pervade coloro i quali si confrontano con il processo d'indipendenza dei paesi ex coloniali. Ad esso possono essere collegati tendenze quali il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale», trattate ne La lotta di classe (Laterza, 2013)?

Un'emblematica dimostrazione delle conseguenze del romanticismo rivoluzionario si ha nell'atteggiamento che taluni hanno di fronte alla figura di Ernesto Che Guevara. Egli suscita emozioni ed entusiasmo allorché si pensa al guerrigliero rivoluzionario – e ben si comprende, sia chiaro, questa intensa partecipazione. E, però, se riduciamo Che Guevara a questa raffigurazione, ne dimidiamo il profilo, poiché egli, oltre ad essere stato uno dei protagonisti della lotta armata che rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, è stato anche il teorico della lotta di Cuba contro l'aggressione economica - espressione non a caso da egli coniata.
Il romanticismo rivoluzionario è la dinamica nell'ambito della quale, da un lato, ci si commuove e ci si indigna allorché è in atto una lotta armata e, dall'altro, invece, si è incapaci di concepire che tale lotta armata, ai giorni nostri, ha la sua continuazione più spiccata nella lotta finalizzata alla liberazione dalla dipendenza economica e tecnologica e cioè nell'emancipazione dal neo-colonialismo. Cito spesso un passaggio di Empire (2000), lo scritto di Michael Hardt e Antonio Negri. I due autori esprimono una solidarietà nei confronti della Palestina che, tuttavia, si verrebbe a dileguare laddove quest'ultima divenisse uno Stato nazionale. Una solidarietà, dunque, che si attiva esclusivamente nei confronti d'un popolo palestinese che subisce disfatte; invece, nella misura in cui esso conseguisse potenziali vittorie e, in legame a ciò, si edificasse quale Stato nazionale indipendente, tale vicinanza si dileguerebbe. Il seguace del romanticismo rivoluzionario s'emoziona per gli sconfitti, ma non riesce a provare sentimenti simpatetici allorché lo sconfitto tenta di andare oltre la situazione che lo caratterizza. Un caso emblematico è quello dei paesi che consolidano la propria indipendenza politica attraverso lo sviluppo economico e tecnologico: è un compito ben più prosaico e oscuro rispetto alla resistenza contro un mostruoso Golia militare e politico, e ciò non affascina il seguace del romanticismo rivoluzionario[2]. 
Per quanto riguarda l'«ascetismo universale», ne La lotta di classe denuncio soprattutto il populismo, ossia la tendenza che individua nella miseria anche il luogo dell'eccellenza morale. Questo non è mai stato il punto di vista di Marx. Egli, infatti, se, da una parte, non idolatrò mai la ricchezza – al contrario: rinunciò a una vita agiata per seguire la sua vocazione rivoluzionaria – dall'altra men che meno idealizzò la miseria. In tal senso era quantomai consapevole del fatto che proprio la povertà dei rapporti sociali e materiali rende maggiormente difficile l'elaborazione di idee in qualche modo più illuminate. E nel Manifesto del Partito Comunista criticò il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale» quali visioni del mondo che possono essere proprie dei movimenti proletari solo nelle fasi iniziali del loro sviluppo, ma che certamente dovranno essere superate da un movimento socialista collocatosi sul piano scientifico. È necessario, perciò, distinguere Marx da altri movimenti di protesta contro la società di classe. E, inoltre, va sottolineato come un elemento essenziale della visione marxista si rifà alla constatazione secondo cui il socialismo rappresenta un sistema sociale nettamente superiore al capitalismo, non soltanto ché procede ad una più equa redistribuzione della risorse, ma anche ché è in grado d'accrescere la produzione stessa e con essa la ricchezza sociale, la quale, invece, viene distrutta dal capitalismo, come dimostrano le ricorrenti crisi di sovrapproduzione e come sta dimostrando la crisi scoppiata nel 2008.

6. La fine della guerra fredda ha decretato il formarsi di un quadro radicalmente diverso rispetto ai paradigmi vigenti nella fase storica apertasi dopo la fine della seconda guerra mondiale. A questo proposito, lei ritiene che ciò abbia aperto uno spazio nuovo e amplissimo per l'«universalismo imperiale». Quali sono i suoi lineamenti essenziali? E ad esso con quale modalità si lega il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario»? Quale ruolo giocano, in tutto ciò, le Organizzazioni non governative (ONG)?


Nella Seconda Guerra Mondiale le grandi potenze europee e occidentali si erano scontrate a partire da «valori» tra loro inconciliabili: quello che oggi chiamiamo Occidente appariva lacerato. Con l'affermarsi di un'incontrastata egemonia statunitense, il politeismo dei valori cedette il posto all'Occidente quale custode di un monoteismo dei valori da universalizzare. Gli Stati Uniti, in linea a ciò, nella fase finale della guerra fredda, sfruttarono il grave indebolimento dei paesi socialisti e del movimento comunista sul piano ideologico, politico e propagandistico: abbandonarono, da una parte, il protezionismo economico e, dall'altra, quello politico-ideologico – e con esso il culto dell'irriducibile peculiarità americana[3] - al fine di riempire, con le coordinate dell'universalismo imperiale, lo spazio nuovo e amplissimo apertosi.
L'universalismo imperiale si è concretato nell'imperialismo del libero mercato e dei diritti umani; attorno a questi ultimi si è venuta definendo una vera e propria religione civile (manipolata), chiamata a glorificare l'Occidente e a ricoprire di vergogna i suoi avversari. E, se, da una parte, non esiste una concordanza nel definire questi valori – si pensi alle divergenze a proposito di questioni quali l'aborto, il porto d'armi e, soprattutto, la pena di morte – va sottolineato, dall'altra, come laddove tali valori sono effettivamente definiti, come nel caso delle varie «libertà», è proprio l'Occidente il primo a calpestarli[4].
E dato che l'Occidente si ritiene interprete dei valori universali e dunque titolare esclusivo del diritto ad esportarli, le guerre di aggressione possono essere argomentate in base a tale schema, che comporta una sovranità dilatata e imperiale. In forme nuove si riproduce la dicotomia propria dell'imperialismo – nazioni elette e realmente fornite di sovranità versus popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo. Oggi, specificatamente, il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario» si sostanzia in quattro elementi: esteso controllo economico; superiorità tecnologico-militare; dominio sul fronte multimediale; doppia giurisdizione, funzionale a garantire l'impunità dell'aggressore.
E, tra le varie istanze che si inseriscono in tali dinamiche, un ruolo significativo è svolto dalle Organizzazioni non governative. Innumerevoli e variegate, esse offrono un ampio spazio alle agenzie e ai servizi segreti delle grandi potenze; ma, se non mancano casi di ONG rappresentanti una traduzione immediata di un progetto imperiale, va detto che a svolgere un ruolo essenziale sono soprattutto l'influenza e l'egemonia ideologica: si pensi al contributo fornito da non poche ONG all'aizzamento di una nuova guerra fredda, sempre in agguato[5]. L'impatto egemonico si riscontra nitidamente nella gerarchia dei diritti umani stessi: non c'è più spazio per i diritti sociali ed economici, sanciti dall'Onu alla sua fondazione. Ciò è funzionale alla delegittimazione della rivoluzione anticoloniale. Per i paesi di nuova indipendenza, infatti, la priorità non può che essere la «libertà dalla paura» e la «libertà dal bisogno»: solo una volta sbarazzatisi della preoccupazione di dover fronteggiare l'aggressione e i tentativi di destabilizzazione, questi paesi, grazie allo sviluppo, possono garantire ai cittadini il diritto alla vita e avanzare sulla via del governo della legge e della democratizzazione dei rapporti sociali e delle istituzioni politiche.


7. Ne La lotta di classe (Laterza, 2013), tra le altre cose, si sviluppava criticamente un concetto di centrale importanza, ossia l'«idealismo della prassi». Di cosa si tratta?

Insistendo sulla trasformazione del mondo, il pensiero rivoluzionario è esposto all'«idealismo della prassi», in virtù del quale elementi quali il mercato, la nazione, la religione, lo Stato tendono a smarrire «il carattere dell'essere»[6]. Essi risultano cioè plasmabili in modo agevole e illimitato dall'azione politica; ma il confronto con la prassi effettuale non può che smentire una tale presunzione e rimettere al centro l'oggettività dell'essere sociale, dato che i fichtiani «vincoli delle cose in sé»[7] continuano a essere spessi e resistenti.
Concretamente, ogni grande movimento rivoluzionario è portato a pensare che la propria vittoria sia in grado di porre fine a tutte le contraddizioni. In tal senso, per esempio, immediatamente dopo la Rivoluzione d'Ottobre, alcuni pensarono che il trionfo del socialismo fosse sinonimo del dileguare d'ogni confine statale e d'ogni contraddizione nazionale e, persino, del dissolversi del mercato in quanto tale. Circa quest'ultima istanza è utile rifarsi ai passaggi dei Quaderni ove Gramsci sottolinea il concetto di «mercato determinato»: ivi dimostrò che il «mercato» non è sinonimo di capitalismo, bensì assume declinazioni diverse lungo il corso storico. In altri lavori, specialmente nel libro su Gramsci[8], sottolineo come la sua grandezza stia nell'aver insistito su un punto essenziale: dobbiamo sviluppare un'idea di emancipazione – quella comunista - decisamente radicale, che tuttavia non coincida con la fine della storia. E in linea a ciò non dobbiamo nemmeno pensare alla fine dello Stato; Marx stesso talvolta parla di una sua estinzione, altre volte, invece, si riferisce alla sua estinzione nell'attuale senso politico: ed è questa seconda variante quella corretta. Lo stesso discorso vale per la questione delle nazionalità. Esse non si dileguano col dileguare del sistema capitalistico; e si tenga conto che Karl Kautsky e anche alcuni bolscevichi credevano che col superamento del capitalismo sarebbe scomparsa persino la lingua russa, una sciocchezza contro la quale, come noto, polemizzò anche Stalin (le identità linguistiche, in tal senso, sono al tempo stesso identità nazionali).



[1]             «Grazie alla televisione, ai telefonini, ai computer e ai social media, l'indignazione spontanea o artificialmente prodotta può contare su una diffusione di una capillarità e pervasività senza precedenti, e di essa il paese più potente anche sul piano della tecnologia della comunicazione può servirsi per destabilizzare il paese nemico già dall'interno». «Potendo disporre di strumenti che rendono impossibile distinguere la verità dalla manipolazione, la Psywar ha acquisito un'importanza senza precedenti». Domenico Losurdo, La sinistra assente, Carocci, Roma 2014,  p. 75 e p. 85
[2]             Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 245
[3]             «F. D. Roosvelt, nel celebrare il “nostro sistema americano” e nel criticare Jefferson per essersi lasciato troppo influenzare dalle “teorie dei rivoluzionari francesi”, chiamava i suoi concittadini a opporsi non solo al comunismo ma anche a “qualunque altro “ismo” forestiero». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 141
[4]             «Ogni volta che a ragione o torto si è sentita in pericolo, la repubblica nordamericana ha proceduto a un rafforzamento più o meno drastico del potere esecutivo e a un restringimento più o meno pesante della libertà di associazione e di espressione. Ciò vale per gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese, per la guerra di secessione, la prima guerra mondiale, la Grande Depressione, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la situazione venutasi a creare dopo l'attacco alle torri gemelle». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 168
[5]             «Nel 2008 e nel 2014 esse si sono impegnate, se non a sabotare, a delegittimare le Olimpiadi estive di Pechino e quelle invernali di Sochi, accodandosi acriticamente alla campagna scatenata dall'Occidente prima contro la Cina e poi contro la Russia». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 192
[6]             György Lukács, Ontologia dell'essere sociale, trad. it. a cura di A. Scarponi, Editori Riuniti, Roma 1976-81, p. 3
[7]             Si veda Domenico Losurdo, Hegel e la Germania. Filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Guerini-Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Milano, cap. III, § 2
[8]             Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, 1997

venerdì 23 ottobre 2015

Le guerre prossime venture: un'intervista su "El Pais"

“Las guerras de hoy preludian otra guerra de gran envergadura"

El pensador duda de la capacidad de Syriza o Podemos para nivelar los desequilibrios existentes entre el norte y el sur de Europa

Madrid 22 OCT 2015 - 13:55 CEST
Domenico Losurdo, en Madrid. / R. F.

Domenico Losurdo (Sannicardo, Bari, 1941) es uno de los intelectuales marxistas de referencia de la izquierda italiana y europea. Presidente de la Sociedad Internacional de Filosofía Dialéctica, es profesor de esta disciplina en la Universidad de Urbino y experto en Filosofía Clásica alemana. Autor de una veintena de libros y ensayos, su obra versa sobre la crítica del revisionismo, los postulados del liberalismo, el estalinismo y la cultura de la no violencia, entre otros ámbitos. Ha visitado Madrid para presentar su último libro “Antonio Gramsci, del liberalismo al comunismo crítico”, donde aborda el pensamiento del gran intelectual sardo. Encarcelado por Mussolini, Gramsci (Ales, 1891-Roma, 1937) teorizó desde la prisión —hasta donde le condujo su actividad antifascista— sobre la lucha del movimiento obrero, la emancipación anticolonialista, la tarea del intelectual progresista y la pugna por la hegemonía en la cultura. Y lo hizo con una brillantez reconocida incluso por sus adversarios. Con Losurdo conversó EL PAÍS este miércoles en un hotel madrileño.
Pregunta. ¿Cuál es la idea central de su libro y cuál la intencionalidad que lo inspira?

Respuesta. He relatado la evolución ideológica de Antonio Grasmsci, quien, desde un liberalismo inicial, se convierte en comunista tras las matanzas de la Primera Guerra Mundial, para reflexionar luego sobre la derrota del movimiento comunista en Occidente y la ulterior victoria del fascismo. A partir de estas reflexiones, Gramsci desarrolla un análisis extraordinario sobre la lucha política, con conceptos tales como la lucha por la hegemonía, el intelectual orgánico o la revolución activa y pasiva, procesos mediante los cuales las clases subalternas pueden adquirir la independencia intelectual y espiritual. Incluso los círculos políticos opuestos a él se han visto obligados de alguna forma a utilizar las categorías socio-políticas elaboradas por Gramsci.
P. Sin el ascendiente filosófico de Benedetto Croce y de Giovanni Gentile, que inspiraron parte de su pensamiento, ¿habría alcanzado Gramsci la proyección intelectual que adquirió?
R. La influencia de los dos pensadores liberales fue considerable ya que a través de ambos Gramsci comprendió mejor la filosofía de Hegel, puesto que, por este medio, rompió con la visión fatalista del devenir histórico y con el marxismo vulgar, el determinismo económico, el positivismo mecanicista y con la visión según la cual la implantación del socialismo en el futuro sería algo casi natural e inexorable. No obstante, para conseguir su llegada comprendió la importancia de la lucha ideológica y la de la dialéctica en la historia debida a Hegel. El Marx joven condenó a Hegel como idealista, entendió el término en un sentido negativo, porque le achacaba la negación de la realidad objetiva en contra del pensamiento y de la conciencia. Pero esa crítica de Marx a Hegel no es válida, parece que buscaba en esta actitud una especie de parricidio de su maestro hegeliano. Gramsci matiza y cambia de actitud, hasta llegar a considerar, como había hecho el Marx maduro, que Hegel encarnó la reflexión más desarrollada de la modernidad.
P. ¿En qué momento percibe Gramsci la supuesta impotencia del liberalismo para primar la esfera de lo social sobre la individual?
R. Su crítica al liberalismo no es la tradicional que se realiza desde el marxismo vulgar, que establece que el liberalismo habla del Gobierno de la ley en referencia únicamente a leyes formales que no tienen relación con la vida social o material de los pueblos. Gramsci se toma en serio las “libertades liberales” pero establece que la burguesía liberal nunca las ha aplicado a los pueblos coloniales. Además señala que cuando la burguesía se ha visto ante grandes crisis económicas, sociales o políticas, Occidente no ha tenido reparo alguno en abolir esas normas que dice proclamar. Hay que recordar, como ejemplo, las leyes marciales, los pelotones de ejecución, la llamada decimación —el fusilamiento de uno de cada diez soldados carentes de ánimo combatiente, un tipo de ejecución “pedagógica” para obligarles a ir a la muerte sin rechistar— durante la Primera Guerra Mundial. Esas prácticas implican el desprecio total al rule of law o Gobierno de la ley pregonado por el liberalismo.
P. Del pensamiento y del ejemplo gramsciano, ¿qué permanece hoy vigente, aplicable, en la realidad eco-sociopolítica?
R. Con lucidez extraordinaria, Gramsci rompió la visión mecanicista de la transformación revolucionaria o radical del orden establecido. Hoy asistimos a una guerra neocolonial que algunos países de Occidente han desencadenado, que ha devenido en la destrucción de países como Irak, Libia o Siria. Analistas, investigadores y periodistas hablan ya de que nos encontramos en el preludio de otra guerra de gran envergadura. Es decir, que nos hallamos en una situación próxima a la de una gran crisis histórica: de un lado, el desmantelamiento del Estado social liberal, la austeridad, la penuria y del otro, los conflictos bélicos en curso de los que puede surgir otra guerra a gran escala.
P. ¿Cuál fue la propuesta política fundamental del pensador sardo?
R. Él habla de la necesidad de construir un “bloque histórico” del que formara parte no solamente el proletariado sino también aquellas fuerzas populares interesadas en rebasar esta situación llena de peligros. Creo hoy en la necesidad de erigir un nuevo bloque histórico que una a las fuerzas populares, que en Occidente se hallan golpeadas por el paro, el endurecimiento de las condiciones de vida y la pobreza, así como los pueblos del Tercer Mundo que luchan por el desarrollo y contra las ambiciones neocoloniales del Occidente liberal. Deberá combatir contra la creciente polarización social y contra quienes acarician la ilusión de resolver los graves problemas mediante las guerras neocoloniales u otra de mucha mayor envergadura.
P. ¿Cuál es la principal apuesta metodológica de Gramsci?
R. Él desarrolla una visión totalmente diferente de la revolución y de la transformación política y social. Destaca que incluso una gran crisis económica, con condiciones de vida espantosas para las clases populares, no produce mecánicamente la revolución política. Prueba de ello es que la Gran Depresión de 1929 no generó la victoria del anticapitalismo, sino la del fascismo y el nazismo. Otra enseñanza que Gramsci extrae de Hegel es que si bien Marx había hablado en un momento de que el capitalismo se extinguirá, Gramsci critica el mesianismo de ese pensamiento y propone una desmesianización del proyecto comunista.
P. ¿En qué medida influyó el pensamiento gramsciano en el eurocomunismo?
R. El eurocomunismo aprendió de Gramsci a valorar los puntos fuertes de la tradición liberal. Pero, del otro lado, mostró un eurocentrismo compartido con el Occidente liberal. El gran pensador sardo polemizó en su día con el filósofo francés Henry Bergson, quien, a su juicio, identificaba Occidente con la humanidad. Gramsci despreciaba a quienes se unieron a esta celebración chovinista.
P. ¿Cómo se explica que una organización política de la envergadura e importancia del Partido Comunista Italiano se disolviera de la manera en que lo hizo?
R. Hay que contextualizar ese hecho en un ámbito más general y amplio que el meramente italiano. La disolución de la URSS y del campo socialista en Europa oriental hizo creer a los dirigentes de entonces del PCI en el pronóstico de un Occidente liberal según el cual la caída del socialismo soviético abriría una nueva época al progreso social y a la paz mundial. Ahora hemos visto en qué ha quedado aquello, con una crisis social, económica y política sin precedentes en el Occidente liberal, que preludia un nuevo ciclo de guerras, antesala presumible de una conflagración a gran escala.
P. ¿Por qué razón la implosión de la URSS y la desintegración del Pacto de Varsovia no se han visto acompañadas de una desmilitarización de Europa occidental por parte de la OTAN?
R. La desaparición del Pacto de Varsovia fue la ocasión propicia para la irrupción de la llamada revolución conservadora, según la cual, Estados Unidos es la única nación elegida por Dios que tiene “la posibilidad, el derecho y el deber gobernar el mundo”, como subrayó George Bush II. Un teórico neoconservador, de apellido Kagan, dijo la frase de que “Estados Unidos ha de ser el sheriff internacional que debe proteger al mundo de los bandidos y de los ladrones”.
P. Cree usted que los partidos emergentes en el sur de Europa, como Syriza o Podemos, pueden ser capaces de nivelar los desequilibrios existentes respecto del norte europeo?
R. Vengo de un país como Italia, que tiene conciencia de ese grave problema, también interior, desde el Risorgimento en el siglo XIX. No soy optimista al respecto de la posibilidad de tal nivelación. Creo que esos partidos han tomado conciencia de esa enorme desigualdad regional, pero no sé si tendrán la fuerza para resolver tan grave problema. Quizá Syriza y Podemos no han comprendido hasta sus últimas consecuencias la fuerza de los círculos políticos y económicos decididos a evitar el verdadero cambio: hay un muy potente bloque internacional y nacional comprometido en asfixiar las transformaciones más necesarias.